Presentazione libro VITE DEI MIEI MORTI, EPIGRAMMI, PERL0PIU’, E ALTRO
29-07-25

<<La morte è l’oscuro presupposto di ogni vita>>, ha scritto il filosofo Franz
Rosenzweig, riflettendo sulla sua esperienza dei campi di trincea nella Prima guerra
mondiale.
Tutto quanto è creato è mortale e vive nella paura.
La morte, da questo punto di vista, è nullificazione dell’essere, perdita totale
dell’esserci, cancellazione di tutto ciò che si ha, che si è e che si è stati. La morte si
presenta, così, al nostro pensiero, come la più radicale solitudine dell’essere e rispetto
ad una tale, inaccettabile condizione ontologica, sempre Rosenzweig scrive: << Non
c’è solitudine maggiore che negli occhi di un morente e non c’è singolarizzazione più
caparbia, più superba di quella che si dipinge sul volto irrigidito di un morto>>.
Il volto del morto è, dunque, il più solo che possa esistere e la figura della morte viene
descritta dal filosofo come “caparbia”, “superba”.
La stessa caparbietà e la stessa superbia si ritrovano nella descrizione della morte e dei
morti nel libro di Filippo Gazzaneo, ma qui l’autore ribalta totalmente il paradigma di
Rosenzweig. Nei suoi “Epigrammi” la Morte non appare, infatti, come l’annullamento
totale dell’esserci, ma diviene “restanza”. Filippo è capace di guardare alla morte da un
altro punto di vista, più carnale, più concreto, più, autentico ed oserei dire anche
pedagogico e lo fa attraverso il ri-cordare, il ri-condurre, il riportare cioèla morte al
cuore, l’organo della vita, ridonandole paradossalmente vita, anche se questo
movimento del ri-condurre, del ri-portare, del ri-cordare ed ac-cordare vita e morte gli
costa caro. Sembra, a tratti, essere uno sforzo immane, ed egli lo dice chiaramente: non
vuole parlare di morte: “Odio scrivere di morti e di morte: lo detesto questo formicolio
di parole che sporizzo ogni volta che mi muoiono i miei vivi” (p. 35); “Detesto, ormai
la morte delle persone care che mi muoiono addosso. Voglio non doverne scrivere. E
non doverne parlare” (p.111). Tuttavia, Filippo ha l’ardire di chiamare la morte per
nome e di conferirle anche degli epiteti dialettali alquanto sarcastici, come la
“schiandata”, la “’ndrocchia”, depotenziandone la drammaticità e, dopo averla
indebolita, le lancia una sfida: “che sia morte alla morte” (p.31), poiché essa “divide
noi da noi” (p. 31); è perciò diabolica la morte e per questo va annientata con la vita. Ed
è proprio mediante la parola agente, quella del poeta, che la morte viene, contro il suo
volere, vivificata. Coi suoi “Epigrammi”, Filippo fa in modo che la parola irrompa “nel
silenzio, il pieno nel vuoto, la solitudine nell’ammasso, la vita nell’inizio, il bianco nel
nero” (p.19).
E così, il limite vita-morte viene infranto col fuori che entra nel dentro, nel dentro più
buio, più oscuro ed inarrivabile. Un’impresa eroica la sua, in cui la parola si fa visione,
sguardo che segue la luce, sino a guardare in faccia il volto della Morte, senza pagare lo scotto di essere risucchiato dalla sua voracità. La Morte appare, infatti, ingorda, è una donna bramosa e sensuale che “trangugia da coppe smaltate di memorie e di furori” (p. 21); ha le gambe coperte, un vestito bucherellato e aperto nell’inguine, ha la bocca marcata, le labbra scorticate, la pelle puntinata di brividi, alita e si ferma (p. 23).Di tutti questi tratti, quello certamente più significativo è l’inguine: da dove esce la vita, la vita rientra pure; è da lì che la Morte, lenta o veloce che sia, fagocita il vivente, se lo riprende, in qualunque momento, senza dare alcuna spiegazione, senza “chiedere il
permesso di bere” (p. 21).
La Morte viene anche paragonata ad uno specchio: “ci somiglia” (p. 20); essa è l’altro
noi che ignoriamo, ma che “ci urtica pungendoci”, cioè si fa sentire ad ogni costo.
Allora, occorre affrontarla con la parola salvifica del poeta, per trasmutarle i tratti, per
renderla accettabile. A questo serve la poesia, a questo serve, più in generale, la
scrittura. Io stesso rispondo a chi mi chiede perché scrivo, che scrivo per non morire,
cioè per dare senso al non senso del mondo. Di fatto siamo noi che, con la parola,
nominiamo le cose, le distinguiamo, facendole passare dall’ignoto al noto, producendo
intorno a noi una sorta di “appaesamento” che rincuora, che ci rende meno vulnerabili,
meno smarriti. Dare un nome e, addirittura, un volto alla stessa Morte, che tutto
smarrisce e tutto cancella, spezzandoci persino le parole nella bocca, significa vincerla
in qualche modo, renderla più umana, costringerla ad abitare almeno per un po’,
attraverso la scrittura, nel regno dei vivi, forzandola a rigurgitare tra i vivi anche i morti
che ha ingoiato.
Dopo aver spogliato la Morte della sua mortifera maschera, infatti, il poeta, senza più
temerla, la caccia anche dal suo regno, quello dei morti e si reca presso di essi, per
svegliarli. Lo fa nel modo più tenero che si possa pensare: tocca i loro marmi, quasi li
accarezza (“… i marmi che tocco” p. 9), sfidandone la durezza, cioè l’impossibilità del
limite morte-vita: “Sono i marmi dei sepolcri duri”, ma anche “della memoria algida
chiara”. Dopo aver destato i morti, l’autore li invita a ritornare nel regno dei vivi; ora
che ha spodestato la morte può farlo; Filippo chiama i suoi passati a riabitare i “vicoli
dell’esistenza. Dove si è nati. Dove si crede di rimanere” (p. 9). La morte qui si
trasmuta in rinascita; la donna sinuosa che prima inghiottiva corpi, adesso partorisce,
“figlia” vite dalla memoria del cuore: “E’ il giorno della vita. Forte. Lenta. Eterna. In
Lui. Con loro” (p. 9). Il poeta prende per mano i morti e li porta nei loro luoghi di
sempre, che sono stati e rimangono anche i suoi luoghi, che pure rivitalizza: Mimmo
Guarino, che ritroviamo al Bar K2, dove finalmente Filippo si toglie “il panno del lutto”
e narra le prime vicende di crescita di una gioventù, quella senisese, che fiorisce “come
virgulti di maggio” (p.33), che sperimenta le prime novità sociali, i primi orientamenti
politici, le prime forme di attivismo, i primi amori. Poi Isuccia Fanuele, con la quale
torna a confrontarsi sugli intellettuali lucani e quelli non lucani; questi ultimi più che
esaltare ed emancipare, hanno affossato nel fango già presente e nelle conserve piene di mosche al sole il bel volto dei lucani. Un dialogo pieno di stimoli culturali, come se chi scrive stia parlando adesso con la sua interlocutrice, in un confronto vivido e dinamico di una spontaneità che solo tra i viventi può intessersi.
Lo stesso nutrimento culturale lo ritroviamo nella memoria di Marisa Santarsiero
“avida di parole e parossisticamente curiosa” (p.43), una figura dai tratti poliedrici, che
spazia dagli studi sugli armeni alla linguistica, alla pittura cinese. Pasquale Critone,
vissuto nella contemplazione perpetua della bellezza (p.70), che lo scrittore definisce
“plenitudo animi”, innamorato della vita, della letteratura e dei suoi studenti, di cui era
preside a Sant’Arcangelo. Sabrina, una sua collega, “che ha amato la bellezza...che
infiammava e vezzeggiava di poesia” (p.108).Si passa poi ai personaggi che sono stati dei veri e propri punti di riferimento politico per l’autore: Francescantoino, che gli ha insegnato tutto: “come si scrive un volantino.
Come si stampa il volantino. Come si interviene in una riunione. Come si conduce una
riunione. Come si organizza una manifestazione” (p. 49). Sono i rudimenti
dell’affaccio alla vita politica, una politica che diventa “paideia” nella vita di Filippo,
mediante la quale “ogni atto, ogni discussione ha dentro di sé una intima volizione
pedagogica” (p.56), atta a riscattare la sua terra e i suoi abitanti. Una politica, dunque,
che inizia nelle sezioni di partito di un piccolo paese lucano e che continua durante gli
anni dell’ università, a Roma, dove Filippo porta avanti attivamente il proprio ideale,
facendolo diventare un unicum con gli studi che, intanto, conduce, senza mai scordarsi
del suo suolo natio, che proprio per quegli ideali, torna a riabitare, per rinnovare il
mondo a partire da esso, nonostante avesse avuto dal suo professore, Rosario Villari, la possibilità di collaborare presso il Dipartimento di Storia Moderna de “La Sapienza” di
Roma.
Filippo è un uomo profondamente innamorato della sua terra, radicalmente legato ad
essa, per questo è andato a ricercarne i morti, perché l’attaccamento ai suoi luoghi è
viscerale, sentito fin nel sottosuolo, dove ancora i morti gli parlano. Ed ecco Egidio
Lista, con cui mangiava, masticava, assaporava politica a bocconate, che gli ha
insegnato a misurare gli spazi, perché saper misurare gli spazi voleva dire anche saper
misurare tempi, uomini e azioni della politica (pp. 72-74).
Il silenzio dei morti istruisce Filippo pure sulle questioni politiche, come fa Don Mimì,
che arriva alla manifestazione degli Incatenati, si siede e “stette in silenzio… perché
sapeva. Conosceva e condivideva la nostra paura. La paura di un popolo di non farcela”
(p. 97).
Noi oggi siamo digiuni di silenzio politico, nel senso più ampio e più rigoroso.
Bombardati ogni giorno da mille notizie, da mille false notizie, restiamo smarriti di
fronte alle cose importanti, perché non sappiamo decodificarne la sostanza di esse.
Il silenzio aiuta a fare chiarezza. Quello di Don Mimì, come di tanti altri, è un silenzio
osservativo, che si esprime nella concretezza dei fatti, che vuole conoscere i fatti in
prima persona, stando in essi, partecipando ad essi, cercando di conoscerne le
dinamiche, perché solo i fatti e non i detti valgono in politica; solo i fatti cambiano il
mondo, rinnovandolo. E Don Mimì lo aveva capito.
Si apre, poi, un intero scenario di morti risorti che non appartengono alla terra e ai
luoghi dell’autore, ma all’Italia intera: da Maradona, a Mago Zurlì, da Pantani a
Borsellino, ad Aldo Moro, nei i quali l’acuto Gazzaneo rintraccia segni di cambiamenti
epocali e da sociologo provetto ne analizza i passaggi: con Mago Zurlì vagisce “L’Italia
in cui siamo stati gettati” (p. 116), con Marco Pannella piange “la politica fatta di
corpo”, come quella già ritrovata in Don Mimì, ma anche “La parola autentica” (p.147),
che diventa “parresia infinita”, cioè libertà di parola spesa, spezzata per il bene comune,
anche a rischio della propria persona. Filippo tante volte ha corso questo rischio, il
rischio di non essere compreso, nonostante l’impegno politico, le lotte civili e
intellettuali che trasmette pure ai suoi alunni, sui banchi di scuola, esortandoli a stare
“fuori dalla schiera”, per poter soppesare, giudicare, valutare il mondo con la propria
testa. E si arrabbia, perché alcuni “pochi” della sua stessa comunità lo considerano
come “un nemico politico, e poi personale” (p. 120), nonostante in lui e negli altri“abbia sempre cercato i grammi possibili di verità”. Non è, dunque, un “affabulatore
sofista” un uomo che continua a cercare questi grammi di verità, soppesandoli sulla
stadera chiara ed albeggiante delle lapidi, dove la verità è lampante e tremenda, ma è
piuttosto un uomo del rinnovamento, un uomo resistente e non resiliente, che reagisce
con la penna persino di fronte al volto imperterrito della Morte; un uomo, Filippo, che
fa dei morti i suoi veri pedagoghi, i suoi veri maestri di vita.
Ma il vero brivido di una lunga emozione si prova, nel libro, soprattutto quando Filippo
parla dei suoi morti. Lì sì che affiora la parola poetica più vibrante, la più struggente e
inattesa. Lì sì che i morti sono vivissimi nel sentimento dell’autore. Per primo il padre,
presso cui la morte diventa carnale, simbiotica: l’autore vuole somigliare a lui sempre
di più (p. 39), colorarsi di lui, “ridere e piangere” i suoi passi, contare i suoi capelli,
addirittura odorare la sua morte, fino ad impossessarsene, fino a morire con il morto,
pur di farsi lui, pur di farsi suo, perché solo in questo modo anche la morte può
ridiventare “paterna”. Vi è qui un capovolgimento dello schema freudiano: il figlio non
uccide il padre per poi tuffarsi in un sentimento ambivalente di colpa-rispetto che porta
alla sublimazione della figura paterna, ma si impossessa del padre morto, per non farlo
andare via da lui. Lo trattiene a sé negli ultimi quaranta giorni della sua vita, curandolo
fino all’inverosimile; si sveste del proprio giubotto e lo copre. Poi l’urlo. I riti della
vestizione, la fronte fredda (p. 63). Un padre che lo scrittore ha continuato a far vivere
in lui mediante “l’etica del lavoro” che gli ha insegnato (p. 130) e che, per questo, non è
morto; gli sforzi di trattenerlo a sé, in sé, non sono stati affatto vani. Il poeta origlia
ancora il suo alito chiaro, spia ancora i suoi sorrisi (p. 156). La madre, poi, donna forte,
silenziosa, austera, che attraversa la vita nei suoi silenzi oranti, nei quali sta con Dio e
disvela al figlio il volto di “Lui”: così Filippo chiama l’Eterno, non per acquisirne la
distanza, ma in quel senso reverenziale che ha appreso da sua madre, Maria Giovanna
Ersilia Martino, donna che non si lamenta mai, che ha paura dei botti la notte di San
Rocco, che scrive ai suoi figli e dei suoi figli. Che scrive di “Lui”, che compra i gelati
nel giorno del compleanno di Filippo per festeggiarlo, che il figlio avverte come
mancanza incolmabile, poi, soprattutto nel giorno e a Natale, quando si recava da lei per tuffarsi nel suo mondo affettivo e “subirlo” (p. 151), fino a renderlo suo. “Sempre”. In
questo “Sempre” pure si nasconde un secondo momento simbiotico con la mamma
morta che, anche in questo caso, l’autore continua a trattenere a sé; è lei che gli ha
trasferito l’impronta del sacro e la necessità della scrittura. E’ lei che gli ha addossato
“la pesantezza dei pensieri e dell’esistenza” (p. 158), cioè dello stare legati alla terra
con la forza del toro, per rinnovare il quotidiano con le proprie azioni responsabili. Lei,
sempre in silenzio, aggrappata al filo della quotidianità. Come ai fili eternamente sta
aggrappa pure la zia Lenuccia, a fili veri, colorati, sparsi ovunque nella sua casa,
attorcigliati alla sua “Singer”. Zia Lenuccia la sarta, la parca “paziente nell’ascolto,
tenace cucitrice di panni e di cuori e di menti” (p. 76), che sa imbastire e intrecciare
anche discussioni articolate, con fermezza; insieme alla quale l’autore commenta
“l’umano momento storico” (p. 151). E poi la suocera, una viaggiatrice instancabile,
agile, risoluta, capace di vivere, complice del poeta, nella quale egli ritrova alcuni tratti
molto somiglianti al suo carattere, al suo stile di vita. Il suocero, un altro padre, con cui
condivide la passione per il calcio, di cui vengono esaltate le doti lavorative, masoprattutto il suo sorriso (“ci ha sempre sorriso” -p.105-). E, infine, Stella, la cagnolina, nata nella notte di San Lorenzo, che gli ha insegnato ad amare gli animali.
Nel mondo dei morti di Filippo non manca nulla, nulla viene tralasciato. Persino gli
oggetti del quotidiano, appartenuti alla sua gente, vengono fotografati nella memoria di
chi scrive e riportati in vita. Oggetti soggettivianti, così amo definirli, perché da soli
parlano ancora di chi li ha usati, impregnati, come sono, dell’anima di chi li ha
posseduti.
Non manca proprio nulla in questo mondo, dunque, che non assomiglia affatto
all’oltretomba ctonio, terrigeno, stile Spoon River , che ci si aspetterebbe. Qui tutto è vivo e mosso da un sentimento travolgente che, come un torrente tumultuoso ed
indisciplinato, trascina il lettore in un “allora” che diventa un “ancora” e che si impone
nel “qui” di chi sa ascoltare ancora ai morti. I morti, da cui si impara la vita.
I morti: questi conosciuti.
Raffaele Carlomagn

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