Raffaele Carlomagno, scrittore

"Ho tenuto tra le mani un libro, un libro tagliente, fatto di carne e sangue, un libro senza veli, perciò disvelante, nudo, e quindi libero come la poesia deve essere. Una poesia che fa male, quella di Filippo Gazzaneo , perché corporea, disincantata, animosa, che ha fretta di dire le cose prima che il poeta le perda. Ecco, allora, la preoccupazione di raccogliere tutto ciò che l'occhio sente, tutto ciò che l'animo vede, come una pennellata di colori fuggevoli, di vite rapprese negli sguardi, negli umori e negli odori più viscerali, nei vicoli tortuosi che aprono a visioni appaesanti, alla necessità di una parola ecumenica che ricostruisca, cioè, la casa del mondo, di un mondo quotidiano, per abitarlo di nuovo attraverso l'esperienza di una corporeità cedevole che perde battiti, che arranca passi, in mezzo a lacrime di tutti i tipi. Una preziosa precarietà, però, trasformata dalla scrittura in un vitalismo che traduce pure la morte in evento vissuto e assaporato fino all'ultimo respiro con la forza di un toro che vuole prepotentemente rimanere attaccato alla terra. Un corpo eccessivamente vivo quello del poeta, fatto di sensi che "figliano", che sentono troppo, che vanno a scorticare persino le vecchie cicatrici, perché non si rimarginino, ma continuino a far scorrere sangue in un rivolo di parole masticate, frantumate e condivise nella scandalosità di una scrittura cruda, che ferisce e rigenera, in un processo esistenziale sempre proteso verso quell'attività trasfigurante del sentire del senso interno che solo il poeta sa prospettare e intimamente realizzare."


Angelo Andriuzzi, docente di latino e greco

Superleggibile, e soprattutto rileggibile, per appropriarsi della ricchezza sorprendente del suo vocabolario. Abolito il metro, le parole, come da prefazione, diventano segno penetrante fino ad essere corpo, materia. Effettivamente si coglie la vocazione a "camminare scalzo nel proprio sterco di vita"(Poesis laus). È poesia forte, dinamica, coinvolgente: post-contemporanea per quanto mi consta.
Se dovessi raccontare l'opera di Filippo Gazzaneo vestendola della stoffa emozionale che ha pervaso la mia anima e i miei sensi mentre attraversavo i labirinti dei versi delle parole delle sillabe e delle lettere, non dovrei scrivere alcuna recensione. E, dunque, la premessa è d'obbligo: questa non è una recensione.
Però.
Però, la parola poetica ha una capacità fascinatrice ed interviene in forma poliedrica sull’umano.
E quando essa ti raggiunge, ti investe sempre; a volte con grande ardore altre volte con fredda indifferenza. Leggendo Poësis Laus ho provato, sinceramente, la prima delle due esperienze appena citate.
Perché, come dice anche l’autore la poesia balla parla pensa canta recita suona(...) Ha parole intrusive (…)che marcano la mia mente ch' è il loro campo neutro orinandola con schizzi di luci impazzite e di dolori nascosti
Le parole di Filippo Gazzaneo sono solide. Sono lì, una dopo l’altra, corteggiano il parlato tanto quanto o ancora di più dello scritto e pare che diventino carne viva appena lo sguardo vi si posa. Il loro primo senso è il tatto. In realtà, per me, è molto difficile ‘’raccontare’’ questa raccolta poetica senza utilizzare e, anzi, citare quanto scritto dallo stesso autore.
E’ un insieme di versi scritti in un momento particolare per tutti ma, immagino, soprattutto per l’autore. Sono stati partoriti in quei mesi così cruciali che ormai sono diventati quelli a cavallo tra il 2019 e il 2020, tra una quotidianità dimenticata e una quotidianità rubata. Il libro è impreziosito da due contributi, due note critiche: una di Mattia Arleo e l’altra di Antonietta Di Giacomo.
Poi ci sono ‘’Le Premesse’’, ‘’che precedono geneticamente il testo e che sono schizzi e conati di poesie’’. E che, ovviamente, si trovano alla fine.
Non volevo leggerle. E ho mantenuto questa mia intenzione fino alla lettura dell’ultima poesia (naturalmente non nella successione fedele all’impaginazione).
Perché è umano ascoltare i silenzi mentre parlano cose che gli occhi figliano.

Mariapaola Vergallito, giornalista, La Siritide.


Non sono mai stato un gran lettore di poesie. Di Poesis Laus, però ne ho viste interpretate diverse in alcuni filmati che Filippo Gazzaneo ha postato su Fb. L'interesse si è trasformato in voglia di leggerle ed è stata l'estasi! Già, è quello l'effetto che ho avuto nel leggerne alcune. Gli animi nobili come quello di Filippo, sono in grado di sortire questo effetto in chi si accosta alla lettura delle sue poesie. Quelle in dialetto senisese poi mi hanno creato l'illusione di una gran bolla di sapone nella quale racchiuso ho viaggiato a ritroso ascoltando il vociare proveniente dai vicoli e dalla vecchie case di quegli abitanti senisesi che popolavano i centro del paese dove ero cresciuto io. E' vero, alcune sono un colpo al cuore e quanto più forte è quel colpo allora tanto più belli sono quei versi. Filippo Gazzaneo è un poeta vero e sono sicuro che di lui sentiremo parlare. Poesis Laus di Filippo Gazzaneo - Robin Edizioni

Vito Briamonte, libraio

“Poesis laus”, raccolta di poesie, è una lettura che permette di illuminare il senso dello stesso genere di appartenenza. Senso, che si riscontra benissimo nelle sue parole di apertura: “ Ecco, la poesia non serve. Non serve a nulla. Tranne che ad una cosa: definire e ridefinire urgentemente, continuamente e necessariamente le categorie di vita dell’umano”.
E sono proprio queste categorie di vita a definire la suddivisione delle poesie in tre gruppi (tempo, corpo e parola) e a rappresentare un valido motivo per imbattersi nella lettura di questo testo. D’altronde, già il fatto stesso che la poesia definisca “categorie di vita dell’umano” che appartengono a tutti e non solo a tanti , implica che ognuno, sebbene in maniera diversa, possa riconoscervi se stesso o uno scorcio della propria essenza .
È, dunque, una lettura universale, attraverso la quale possiamo riscoprire noi stessi e comprendere che “ siamo frammenti del nostro passato, dei nostri momenti. Siamo i nostri momenti” e allo stesso tempo ricordarci di avere “occhi spalancati di mondo, assetati di vita, aperti di desideri” con cui guardare alla bellezza di tutto ciò che ci circonda e di cui troppo spesso ci dimentichiamo.
Poesis laus è davvero una lode alla poesia, e non è un caso se nella raccolta si legge “ la poesia non è consolazione. È camminare scalzi nel proprio sterco di vita”: essa scruta dentro di noi, dà voce al nostro ego più profondo e ci aiuta a guardare il mondo con uno sguardo obliquo, da una prospettiva nuova. È esattamente quanto afferma la metafora del mito platonico citato nel “Manifesto” di apertura : l’attraversamento della caverna, è sia la capacità di oltrepassare il limen, la soglia che conduce alla crescita e all’adultità (che non può non ricordarmi la tesina del mio esame di maturità), sia la capacità di discernere gli oggetti del mondo autentico e di uscire alla luce del sole. Dunque, la conoscenza a cui conduce la filosofia è paragonabile alla conoscenza interiore e delle cose della vita a cui conduce la poesia.
Ecco, allora, spiegato il senso, o meglio il paradosso, del genere e del testo in questione “la poesia è una dannazione inutile: per questo è necessaria”.

Stefania Mileo, studentessa in lettere
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